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L’esperienza di Francesca

Istituto magistrale Secco Suardo, Bergamo  

Lo stage che ho svolto al Museo Storico è iniziato il 16 febbraio e terminato (ahimè) il 20 febbraio.
Il primo giorno, trepidante, mi sono avvicinata al grande portone d’ingresso non sapendo che fare: per l’ansia ero arrivata con venti minuti di anticipo e non avevo idea di come comportarmi. La mia unica certezza: dovevo cercare di capire e fare più cose possibili per poter sfruttare il poco tempo a mia disposizione.
Quel giorno l’invitante temperatura artica mi spinse ad entrare (forse per un primordiale istinto di sopravvivenza) e quello che mi ha incuriosito di più è stato il contatto, immediato, con la storia.

Innanzitutto il chiostro, nel quale, socchiudendo gli occhi,mi sembrava di veder passeggiare monaci; in secondo luogo, gli uffici, nei quali altari e capitelli si alternano a scrivanie e computers. Il passato si respira,si vede,si sente.

Tornando allo stage, il primo giorno mi sono seduta ad una scrivania che sembrava troppo grande per me, se paragonata ai microscopici banchi in dotazione al liceo. Quel giorno ho visitato, insieme ad una ragazza di nome Roberta (di gentilezza, disponibilità e preparazione disarmanti) e ad un paio di funzionari del comune, la mostra “La città visibile” nella quale sono esposte delle fotografie del Fondo Sestini e delle bellissime pellicole messe a disposizione dal cine-club.

Sono rimasta impressionata soprattutto dai volti, che non sono dissimili a quelli che si vedono ora. La differenza maggiore non è nella fisionomia, ma nel messaggio che i loro volti trasmettono: speranza, tristezza, paura, rassegnazione (che si nota nelle fotografie dei reduci di guerra ricoverati in centri ospedalieri).

Nel pomeriggio, dopo un pasto solitario appollaiata sui gradini della biblioteca civica, durante il quale ho approfondito la conoscenza di alcuni piccioni, sono tornata nel mio “luogo di lavoro”, dove ho esaminato il sito del museo e quello della mostra, nel quale ci sono una miriade di fotografie di Bergamo e provincia (anche della mia Seriate). Dopo averle passate in rassegna, ho visitato la Rocca perché Edoardo e Alberto (il responsabile dell’informatica,credo) dovevano risolvere alcuni problemi dei computers. Lì ho potuto ammirare e studiare tutti i volti dei garibaldini (e in più conosco ogni singolo passaggio della lavorazione della seta, nonché la storia di Camozzi e della Coralli); dopo essere uscita dalla Rocca ho preso la funicolare e raggiunto la mia ridente e congelata cittadina.

Il giorno seguente, rientrati (in un modo o nell’altro) sia Mauro Gelfi che la Silvana Agazzi, ho imparato da quest’ultima la sottile arte della catalogazione delle riviste. Meno di venti minuti dopo ho seguito Edoardo nelle sue peregrinazioni cittadine (in realtà doveva far suonare la campane del Campanone un centinaio di volte per una riunione della giunta comunale), ammirando il panorama e assaporando l’aria bergamasca. Alle 11:00 il direttore aveva una conferenza sui garibaldini rivolta a quattro classi quarte del liceo scientifico Lussana. Dopo aver assistito alla lezione sui garibaldini ed essermi saziata, sono tornata in Museo dove ho visitato i magazzini (che nascondono un arsenale) e proseguito il mio lavoro di archivio testi.

Prima della conferenza Mauro Gelfi mi aveva chiesto se avessi gradito una trasferta a Pavia, per un’iniziativa dei Musei civici pavesi chiamata “Mercoledì dell’arte”, organizzata, tra gli altri, anche dalla dott. De Martini. Quindi mercoledì sono partita alla volta di Pavia. Durante il tragitto ho potuto conoscere le attività museali. Mentre il dott. Gelfi e la dott. De Martini organizzavano l’intervento del pomeriggio, io ascoltavo molto interessata anche le loro divagazioni filosofico-museali.

Dopo il pranzo (assai gradito) io e il dott. Gelfi siamo andati a visitare la mostra “Il bacio” nelle Scuderie del castello visconteo. Abbiamo osservato con occhio critico e fatto considerazioni sulla difficoltà di organizzare mostre e sul modo migliore di attrarre senza annoiare i visitatori.

Arrivate presto le ore di andare, ho assistito alla conferenza dei due sulla fotografia d’epoca. Oltre a presentare un interessante excursus sulla storia della fotografia italiana, il dibattito riguardava sia le modalità di conservazione di tali reperti (certamente più recenti,ma non per questo meno preziosi di altri) attuabile mediante le moderne tecnologie.
Il punto fondamentale consiste in una domanda che sorge spontanea: com’è possibile che due città non troppo vicine come Pavia e Bergamo abbiano organizzato mostre simili?

Indubbiamente giocano un ruolo fondamentale le già citate moderne tecnologie e il bisogno dell’uomo di ritrovarsi,di scavare nel proprio passato per tuffarsi nella malinconia del ricordo… Parlando e mostrando immagini, è già giunto il momento di cenare. Dopo esserci adeguatamente rifocillati, gustando le delizie che la terra pavese ci ha offerto,siamo tornati a casa.

Il giorno successivo ho passato metà mattinata circa a catalogare riviste, lavoro che non mi dispiace affatto (diciamoci la verità, sono anche molto rapida!). Verso le undici e mezza sono andata nell’ufficio della dott. Agazzi nel quale lei e una ragazza di nome Lia stavano pianificando un intervento didattico da svolgersi in una classe quinta delle elementari. Il titolo della serie di incontri “Il corpo e la città” esplica bene il tentativo di paragonare il corpo umano ad una città,in particolare a Bergamo, facendo parallelismi sulla funzione e allocazione degli organi e quella dei vari enti che compongono una città (es. i polmoni: il parco dei colli).

Terminata la pausa pranzo, ho lavorato ancora un po’ per poi assistere ad una riunione svoltasi con il dott. Gelfi e varie personalità per parlare del palazzo del podestà e dei lavori di scavo e recupero attuati nell’edificio.
Ciò che ha reso interessante per me il pomeriggio è stato l’incontro con un’archeologa che lavora al Ministero per i beni e le attività culturali.Ho notato in lei una profonda conoscenza della legislazione italiana riguardante i beni culturali. Non avevo mai considerato il lavoro dell’archeologa in questo senso. Benché più interessata all’aspetto “ruspante” di tale professione,è stato utile accostarsi anche a questo lato del mestiere.

Sono tornata a casa un po’ più tardi del mio orario di lavoro, senza per questo essere annoiata o infastidita (fosse per me, avrei posto un sacco a pelo in biblioteca e mi sarei accampata lì). Venerdì, il mio ultimo giorno di stage, ho iniziato la mattinata in una classe di immigrati nella quale la dott. Agazzi faceva lezioni riguardanti la città nella quale gli immigrati vivono e quella nella quale hanno abitato prima del trasferimento in Bergamo e provincia.

Il livello dei ragazzi (avevano infatti quasi tutti la mia età) è piuttosto basso, ma la maestra non era per niente sconfortata e trattata i ragazzi con affetto e simpatia.
Mentre tornavamo al museo io e la dott. Agazzi abbiamo parlato delle possibilità dei ragazzi dopo la scuola e del fatto che arrivare in un paese straniere del quale non si conosce nulla (penso ad esempio ad una ragazza cinese che si era trasferita da due settimane) costringe ad attuare delle scelte non facili o comunque a modificare la propria vita radicalmente.

Nel pomeriggio sono andata con lei ed il mio tutor ad una lezione di aggiornamento per insegnanti tenutasi al Liceo Mascheroni sulle stragi nazi-fasciste attuate in Italia nel dopoguerra.
Il dott. Contini ha illustrato il fenomeno con moltissimi esempi, mostrandosi estremamente preparato. L’interesse suscitatomi dal professore mi ha spinta ad approfondire l’argomento leggendo un suo testo,”La memoria divisa”.

Lo stage è stato senza dubbio un’esperienza bellissima,sotto ogni punto di vista;sono stati tutti gentili e disponibili e non mi sono mai sentita fuori posto. È un’esperienza che consiglio assolutamente!