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IL LUOGO DEL CUORE DEI BERGAMASCHI

 

 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'EDIFICIO

Nato nel 1917 come “Civico Museo del Risorgimento”, il Museo cittadino si costituiva, in un momento assai critico sia a livello militare sia sociale per la continuazione della prima guerra mondiale, con lo scopo dichiarato a livello didattico di “creare anche nelle generazioni più giovani l’idea di Patria“. 

Su progetto culturale di Antonio Locatelli e Locatelli Milesi, nel 1933 il Museo del Risorgimento e Lapidario, ospitato nella sede dell’Ateneo dalla sua apertura nel 1917, viene trasferito e riallestito nell’edificio degli artiglieri veneti all’interno del mastio. Tra le principali innovazioni l’accento posto sugli eventi e i personaggi locali, una sezione dedicata alla prima guerra mondiale, presentata come la chiusura del Risorgimento, ma soprattutto la visione fascista della storia: le guerre coloniali come ricostituzione dell’Impero romano e necessità storica per l’Italia, la guerra come ”lavacro” per il popolo italico, il Risorgimento nella sua dimensione mitopoietica, eroicizzata e lontana dalla dimensione sociale. 

Il riallestimento del Museo bergamasco nel 1959 non si discosta dai temi della sua fondazione, con la precedente linea patriottico-celebrativa attenta all’ambito locale, nella quale tuttavia emerge la Resistenza, interpretata come lotta secolare contro la presunta bestialità germanica, mentre il ventennio fascista è assente, se si escludono le guerre coloniali e una sezione dedicata ad Antonio Locatelli. 

Nel 1997, dopo venti anni di chiusura, ha riaperto come “Museo storico della Città di Bergamo” presso il Convento di San Francesco, con un allestimento provvisorio ridefinito nel 7 maggio 2004 in occasione del trasferimento presso la restaurata sede della Rocca e un nuovo cambiamento di nome, dovuto all’attenzione verso tutto il territorio orobico: Museo storico di Bergamo.

Nel 2014 in occasione di un significativo rinnovamento del percorso espositivo e delle collezioni il museo riapre al pubblico e viene intitolato a Mauro Gelfi, direttore dal 1997 al 2010.

il percorso espositivo

Bergamo e Venezia

La realtà cittadina e provinciale che accoglie le truppe napoleoniche nel 1797 è quella di un territorio da più di tre secoli parte dei domini di terraferma della Repubblica di Venezia. La presenza della Serenissima è evidente nella monetazione, nel simbolo del leone di San Marco scolpito su porte e monumenti e riprodotto sulle stampe, negli itinerari degli scambi commerciali che si snodano lungo strade provinciali e valichi alpini e nelle trasformazioni urbanistiche indotte da ragioni militari, come la doppia cinta di mura che attraversa la città.

La “rivoluzione” del 1797

Aperta dalla ricostruzione dell’albero della libertà, simbolo della Repubblica bergamasca innalzato durante gli eventi rivoluzionari del marzo 1797, la sezione presenta la situazione del territorio dalla discesa dei francesi in Italia (1796) sino al crollo del regime Napoleonico (1815). Opuscoli, proclami e stampe allegoriche documentano la breve durata della Repubblica bergamasca e della prima Repubblica Cisalpina.

I dipinti ritraggono alcuni protagonisti della vita culturale, istituzionale, religiosa e militare, sostenitori del nuovo ordine: Lorenzo Mascheroni, Gian Paolo Dolfin, Giuseppe Marieni e Giovanni Antonio Tadini. È possibile in particolare ascoltare le parole del vescovo Dolfin che invitano i parroci a obbedire al governo repubblicano. Medaglie celebrative affiancano il busto di Napoleone e la bandiera della Guardia d’onore, esempi dei tributi di fedeltà e ossequio offerti all’imperatore francese.

Demografia ed economia nel primo Ottocento

Le riproduzioni dei Macabri di Vincenzo Bonomini, affrescati nella chiesa di S. Grata inter vites, accompagnano tabelle e grafici che illustrano la situazione demografica, sociale ed economica. Lenta risulta la crescita della popolazione, diffusa sul territorio e aggregata in centri di piccole dimensioni. Il tasso di mortalità è elevato a causa delle frequenti epidemie, delle cattive condizioni igieniche e alimentari e del reclutamento obbligato nell’esercito napoleonico. Settore economico principale è quello agricolo, mentre l’ambito manifatturiero è trainato dalla lavorazione della seta e della lana.

Restaurazione politica

Nel 1814 il regime austriaco subentra a quello francese e Bergamo entra a far parte del Regno Lombardo-Veneto: due preziose mappe d’epoca mostrano l’estensione del regno, incluso nell’Impero d’Austria, e la struttura della città. L’aquila bicipite, simbolo dell’autorità di Vienna, compare nei luoghi centrali del capoluogo, dove transitano le truppe addette alla sorveglianza: due dipinti di Luigi Deleidi mostrano la porta di Sant’Agostino e Piazza Vecchia. Gabriele Rosa anima nell’area del Sebino l’opposizione all’Austria, promuovendo la diffusione della Giovine Italia mazziniana: un brano tratto dalla sua autobiografia può essere ascoltato accanto al busto che lo ritrae e alle parole del giuramento di affiliazione alla Giovine italia.

La Fiera

La ricostruzione d’ambiente propone una tresanda interna al complesso della Fiera, con la vetrina di una bottega allestita con esempi dei prodotti in vendita e un plastico che ricostruisce la pianta dell’area in cui sorgeva l’edificio. Principale evento commerciale annuale della provincia, occasione di scambi con la penisola e l’Europa, la Fiera vive nella prima metà dell’Ottocento la fase di massima espansione seguita dall’inizio della definitiva decadenza. Manifesti e locandine attestano i numerosi spettacoli che si svolgevano nel periodo fieristico.

La vita culturale

La sezione evidenzia le numerose relazioni esistenti tra i protagonisti della vita culturale bergamasca del primo Ottocento, che ruotano principalmente attorno all’Ateneo di scienze lettere e arti, alla Biblioteca civica e all’Accademia Carrara. Dipinti, lettere, progetti tecnici, litografie e libretti d’opera attestano gli studi eruditi di Agostino Salvioni; la promozione della conoscenza artistica da parte di Carlo Marenzi; le composizioni musicali di Simone Mayr, Gaetano Donizetti e Alfredo Piatti; la ricerca tecnica rivolta ai settori produttivi discussa in ambito accademico; la poesia d’occasione di Alessandro Valoti e Pietro Ruggeri da Stabello; le stagioni teatrali al Sociale e al Riccardi.

I moti del 1848-1849

Vengono indagate tramite proclami, periodici, armi e divise le dinamiche degli eventi rivoluzionari bergamaschi rapportati al più generale quadro nazionale. Le parole del colonnello austriaco Marenzi narrano l’insurrezione del marzo 1848.  Appaiono sullo scenario locale personalità che avranno un ruolo di primo piano nel Risorgimento, come i fratelli Giovanni Battista e Gabriele Camozzi. In quegli anni il dibattito politico e il volontarismo militare coinvolgono anche molte altre figure rimaste anonime, spesso interi nuclei famigliari, come attesta il ritratto di Antonio Lazzaro Gentili. Oggetti d’uso quotidiano, che erano strumenti di propaganda e testimonianze di “fede” patriottica, rimandano al significativo contributo femminile alle lotte risorgimentali. L’esperienza dell’esilio al ritorno degli austriaci coinvolge centinaia di patrioti lombardi, come l’abate Carlo Cameroni e i fratelli Camozzi, di cui sono esposti alcuni documenti.

L’avventura della seta

L’allevamento dei bachi da seta e la produzione di semilavorati serici costituiscono la principale voce dell’economia bergamasca nel corso dell’Ottocento, pur con fasi alterne di crescita e di crisi. La ricostruzione dell’interno di una filanda permette di vedere una lettiera per i bachi e una bacinella a fuoco per estrarre il filo dai bozzoli. Grafici e tabelle ricostruiscono la diffusione sul territorio delle attività, il loro andamento, le condizioni dei lavoratori nelle filande e le innovazioni tecniche che solo alcuni tra gli imprenditori introducono. Molti tra loro ricoprono un importante ruolo sociale e politico.

 

Bergamo nel 1859

È nel salotto genovese di Gabriele Camozzi e Alba Coralli, ricostruito nel percorso, che nel dicembre 1859 viene eseguito l’Inno di Garibaldi, simbolo della convergenza dei patrioti di diverse opinioni politiche nell’iniziativa piemontese per l’indipendenza e l’unità d’Italia. L’intensa vicenda familiare di Gabriele e Alba è narrata da alcuni brani tratti dalle loro lettere. In aprile Gabriele partecipa alla seconda guerra d’indipendenza contro l’Austria, arruolandosi nel reparto dei Cacciatori delle Alpi, di cui sono esposti una divisa e una scena di battaglia.

Una serie di  avvisi e proclami documenta la liberazione di Bergamo l’8 giugno 1859 e l’affermazione progressiva di ordinamenti liberali nel territorio, che assume diversa configurazione come mostra una mappa d’epoca. È il vescovo Speranza, visibile in un dipinto, ad animare l’opposizione del clero alle istituzioni unitarie italiane. Contro di lui si schierano pochi sacerdoti, tra i quali don Giuseppe Bravi, eletto deputato.

Una città che cambia

La postazione multimediale consente di leggere il volto della città di Bergamo nel corso dell’Ottocento. L’introduzione audio-video segnala gli aspetti rilevanti nella storia ottocentesca della forma urbis. I visitatori possono poi seguire alcuni percorsi tematici (Risorgimento, economia, assistenza, cultura e istruzione), che mostrano su una mappa i luoghi significativi riferiti all’argomento, con la possibilità di leggere notizie storico-artistiche su di essi.

Garibaldi e i Mille

Bergamo è la città che ha dato nel 1860 il maggior numero di volontari tra i garibaldini in Meridione, 174, e che per tal motivo ha avuto l’appellativo “Città dei Mille”. I volti, le vicende e le motivazioni dei volontari bergamaschi vengono ricostruiti attraverso ritratti fotografici e pittorici, armi, divise, decorazioni e lettere, accompagnati dalla ricostruzione del Teatrino dei filodrammatici dove ha avuto luogo l’arruolamento cittadino.

Un pannello è dedicato al finanziamento della spedizione, avvenuto con contributi privati e pubblici per l’acquisto di “un milione di fucili” e con la garanzia prestata dai fratelli Carlo e Alessandro Antongini, imprenditori tessili, alla società di navigazione Rubattino per il noleggio di due vapori. La sezione si chiude con il parallelo tra la mitizzazione di Garibaldi e dei Mille e la realtà problematica del Meridione dopo la spedizione, simboleggiata dal “brigantaggio”.

Bergamo nell’Unità nazionale

La sezione propone da un lato la continuità del volontarismo bergamasco nelle iniziative postunitarie per completare l’unificazione. Figure legate a Garibaldi, come Francesco Nullo e Francesco Cucchi, prendono parte alle spedizioni volute dal generale contro la volontà del governo: i fatti di Sarnico e lo scontro di Aspromonte del 1862 e l’insurrezione romana del 1867. Altri scelgono di militare nell’esercito regolare durante la terza guerra d’indipendenza del 1866, che ottiene l’annessione del Veneto. Il collezionismo di documenti e cimeli risorgimentali, confluito nel Museo del Risorgimento bergamasco, testimonia la forza della componente volontaristica accanto al decisivo ruolo avuto da Casa Savoia.

Parallelamente scorrono la vita istituzionale e civile della città e della provincia: le elezioni politiche e amministrative, la nascita dei circoli di partito, la formazione della Guardia nazionale, il costituirsi di associazioni espressione degli interessi della classe dirigente locale (Club alpino italiano, Società politecnica, Società per la locomozione stradale, Croce rossa ecc.) e della volontà di agire nell’ambito sociale da parte dei ceti medi (Società di mutuo soccorso). Due le emergenze in campo sanitario e assistenziale: la pellagra e l’infanzia abbandonata, documentate con dati, provvedimenti e vicende biografiche di medici e pazienti.

L’istruzione

Nello spazio in cui viene ricostruita un’aula scolastica “ideale” progettata in epoca austriaca, documenti, volumi, mappe cittadine e fotografie illustrano la storia dell’istruzione pubblica e privata tra regime austriaco e unità nazionale. Simili alcune problematiche, quali la ridotta frequenza delle lezioni da parte dei ceti meno abbienti impegnati nel lavoro e la scarsa retribuzione e formazione dei docenti. Simili anche gli intenti educativi, volti a formare cittadini devoti alle autorità, rispettosi della struttura sociale e pronti ad affrontare difficoltà e sacrifici.

L’economia postunitaria

Conclude il percorso museale una sezione in cui gli strumenti di lavoro tracciano insieme a documenti, fotografie, grafici e tabelle il quadro economico del territorio dopo l’Unità. Vanga, aratro e zangola rimandano alla centralità dell’agricoltura, condotta però perlopiù con metodi manuali.

Le manifatture sono in prevalenza medio-piccole, ma ottengono in alcuni casi lusinghieri risultati produttivi, attestati dalle onorificenze ricevute alle esposizioni industriali italiane e internazionali. Il lavoro domestico utilizza torni e telai analoghi a quelli d’epoca esposti. Fondamentale l’utilizzo delle rogge in città e in provincia, come mostra una planimetria dell’area di Borgo Palazzo.

La riproduzione delle risposte di un sindaco all’indagine ministeriale del 1877 pone in primo piano le problematiche sociali e sanitarie del lavoro di donne e fanciulli, impegnati soprattutto nelle manifatture tessili, che vedono la prepotente affermazione della lavorazione del cotone. La diffusione degli istituti bancari e l’affermazione delle libere professioni segna anche nella Bergamasca l’avvio di una nuova fase di sviluppo.